News: INTERVISTA AD UN AGENTE CIA
(Categoria: CIA & DROGA)
Inviato da altrestorie
giovedì 28 dicembre 2006 - 19:28:53


Intervista a Milt Bearden L'ex agente segreto è il consulente del film diretto da Robert De Niro «Good Shepherd», storia dello spionaggio americano dal dopoguerra al 1961
Cosa vuole sapere? Se abbiamo comprato le elezioni italiane nel 1948? Certo che sì! Avevamo delle valigie Samsonite più grandi di quelle dei russi, va bene? Se no avreste avuto Togliatti per 50 anni

Luca Celada   New York


 




L'accusa neocon più citata in questi giorni, quella che Bush rivolge ad esempio al rapporto della commissione Baker, è quella di essere troppo «reality based», cioé succubi della realtà. La Casa Bianca preferisce imporre ai fatti la propria volontà e disprezza l'eccesso di pragmatismo. Insomma, dopo un secolo e mezzo di egemonia della dottrina Monroe, la retorica neoconservatrice trasforma l'«eccesso di raziocinio» in demerito politico. Eppure nel dopoguerra gli Stati Uniti isolazionisti con il loro «pragmatismo strategico», che ha finito per far deragliare l'idealismo democratico da ogni etica, hanno centrato l'obiettivo. Se si accetta, infatti, che al primo posto ci siano gli interessi americani, è possibile giudicare Pinochet, con la sua prosperosa economia liberista, un «successo», pur con qualche spiacevole costo. Neppure la Baia dei porci e il Vietnam sarebbero fallimenti politici ma semmai operazioni tatticamente fallite, come anche il finanziamento dei Contras nicaraguensi con fondi neri iraniani o l'addetramento dei mujihadeen antisovietici, e via dicendo nella sequenza di operazioni clandestine che nell'ultimo mezzo secolo sono state parti integranti dell'ingegneria geopolitica di Washington.
All'origine di questa storia recente si rivolge Good Shepherd, il film diretto da Robert De Niro (uscito negli Usa in questi giorni, arriverà in Italia a febbraio). E come dichiara il sottotitolo, racconta la «storia segreta della nascita della Cia». In sostanza, mette in scena l'organizzazione dell'agenzia spionistica nata nel dopoguerra dalle ceneri dell'intelligence militare Oss sulle rovine fumanti del teatro europeo per far fronte alla nuova guerra, fredda e segreta, che avrebbe combattuto per i successivi 50 anni. Il film vorrebbe essere anche la cronaca della devoluzione degli «ideali democratici» americani in un groviglio progressivamente sempre più paranoico. È il racconto di come la stategia geopolitica della superpotenza mondiale venne appaltata alla sistematica e clandestina destabilizzazione di paesi, regimi e regioni del pianeta a seconda degli «interessi nazionali» degli Usa.
Sfortunatamente il film di de Niro vuole essere anche molto altro. Prodotto da Francis Ford Coppola, ha le velleità del Padrino, citato a tratti scena per scena. Ma non è tutto, la sceneggiatura di Eric Roth contiene almeno altri due film, un thriller nero nel registro di Le Carré e l'altro un dramma familiare sugli effetti perniciosi che l'attività destabilizzazione di «regimi subalterni» - svolta anche di domenica e nei giorni festivi - può avere alla lunga sul matrimonio.
Per questo ed altri dettagli tecnici, De Niro si è avvalso della consulenza di Milton Bearden, una carriera trentennale nella Cia costruita con abnegazione e iniziativa fino al manageriato medio-alto: capo della stazione nigeriana negli anni '70, responsabile delle operazioni clandestine in Sudan poi distaccato in Pakistan con responsabilità di addestramento dei mujihadeen negli anni '80 fino agli ultimi fuochi reaganiani della guerra fredda con postazione di supervisore delle operazioni est-europee.
Oggi Milt Bearden è un reduce, rottamato dopo la vittoria sull'impero del male, se l'è cavata meglio di tanti colleghi ed ha una florida attività di «consulente» hollywoodiano, grazie anche a De Niro che lo aveva ingaggiato per assisterlo nella rappresentazione realistica di Jack Byrnes, il crudele agente Cia di Meet The Parents. Da qui l'incarico ben più consistente in Good Shepherd, dove la sua consulenza è stata utile per ricostruire campagne di disinformazione, assassinii, perfino la distruzione con le cavallette di raccolti nei campi di paesi centroamericani ritenuti eccessivamente filosovietici oltre che tecniche di interrogatorio e tortura degne ante-litteram di Abu Ghraib. Forse per questo Bearden ha dichiarato al Los Angeles Times che per essere un agente della Cia occorre essere un «incorreggibile romantico» - o forse nutrire nostalgia per tempi più semplici quando per ristabilire le giuste influenze bastava abbattere qualche democrazia e instaurare un despota amico.

La politica clandestina della Cia è stata dunque parte integrante della politica americana del ventesimo secolo?

Sì, integrante. Ha espresso sempre la volontà del presidente degli Stati Uniti in carica...

Lei crede che le azioni dell'agenzia siano in parte responsabili dell'astio che esiste oggi verso gli Stati Uniti in molte parti del mondo?

Certamente ce n'è molto di astio verso di noi, non solo a causa della Cia, ma per molti dei fatti avvenuti nel mondo bipolare. Deve capire che quando gli Usa e l'Urss rappresentavano i due poli, quasi tutti gravitavano verso l'uno o l'altro. Gli Stati Uniti vennero criticati per molte cose.
Il Vietnam ad esempio o i missili pershing stazionati in Europa ci hanno fruttato le critiche di molti governi e tante piccole proteste, ma in fin dei conti la gente capiva che nella maggior parte dei paesi c'erano sempre 400.000 soldati russi pronti a marciare nella pianura tedesca e 400.000 americani a tenerli a bada. C'era cioè un equilibrio nel mondo. Da quando è caduta l'Unione Sovietica l'equilibrio non c'e più e quindi all'antiamericanismo gratuito ne è seguito uno molto più focalizzato e specifico e questo non credo sia un bene per la nostra sicurezza.

Ma la prassi di intervenire «strategicamente» nel mondo destabilizzando governi, distruggendo economie o peggio, a seconda degli «interessi nazionali degli Stati Uniti» era davvero necessario, non c'erano alternative?

Ci sono sempre alternative tattiche, momento per momento e potremmo riflettere e chiederci ad esempio Arbenz in Guatemala o Mossadeqh in Iran nel '53-'54, furono giustificati? Si potrebbe anche dire che la ragione di tutti i nostri attuali problemi sta nell'aver riportato al potere lo shah, e che l'incubo latinoamericano ha avuto inizio con l'intervento in Guatemala. Io direi che abbiamo semplicemente permesso ai cronisti del New York Times e del Washington Post di esagerare l'importanza di quei fatti. Nella realtà l'eliminazione di Arbenz e di Mossadeqh furono operazioni pressochè artigianali - hanno a malapena accelerato fatti che in tutta probabilità sarebbero avvenuti comunque. Ora se la sua domanda è se abbiamo avuto ragione nel farlo, dal punto di vista di allora direi «forse». Anche se parlando del Guatemala dove il segretario di stato e il capo della Cia nonché ufficiali del consiglio di sicurezza nazionale avevano rapporti con rappresentanti della United Fruit, società con forti interessi in un paese poi sovvertito, beh forse questo si potrebbe criticare. Ma se si tratta di vedere la Cia come una scheggia impazzita allora questo è un errore poichè ha sempre agito per precisa volontà dei presidenti in carica. Abbiamo fatto esattamente ciò che ci ordinavano.

Non trova che ci sia un problema etico intrinseco, una contraddizione, nell'uso di ingerenze clandestine da parte della maggiore democrazia mondiale in altre democrazie?

Cosa vuole sapere? Se abbiamo comprato le elezioni italiane del 1948? Certo che sì! E allora? Avevamo della valigie Samsonite più grandi di quelle dei russi, va bene? Lei potrebbe dire che è da li che è derivata l'instabilità di tutti quei governi uno dopo l'altro. Ok. Forse avremmo potuto non farlo e voi avreste avuto un governo davvero stabile che poteva durare 50 anni, quello di Togliatti. Forse sarebbe stato meglio? Questo dovete dirlo voi, non io...

Insisto, interferire con l'autodeterminazione dei popoli è compatibile per un paese che pretende di rappresentare la democrazia nel mondo?

Questa è una questione che ci riporta dritti ad oggi - potete cercarmi su Google e vedrete come la penso in merito. Credo che quello che dobbiamo fare a un certo punto è guardarci in faccia e chiederci onestamente cosa stiamo facendo. Riusciremo a realizzare i nostri ideali nel Medio Oriente? Mi spiace, ma probabilmente no.

Luca Celada   New York

Il brano è stato pubblicato su Il Manifesto, ma io l'ho avuto per gentile concessione dell'amico Roberto da www.fiscamente.net



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