News: Blondet smentisce Deaglio
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Inviato da altrestorie
giovedì 25 gennaio 2007 - 18:14:59

Personalmente non sono cosi critico come Blondet su Deaglio ed il suo giornale. Prima lo compravo, poi ho smesso perchè avendo la rete come punto di riferimento, l'informazione di Diario era superflua. Lo considero un buon giornale comunque, almeno per il panorama italiano. Ma sull'11 settembre sono decisamente critico con Deaglio. Si può vederla in modo diverso, ma mi pare che quella che presenta come inchiesta è un lavoro fatto male, che ritaglia spezzoni da fonti già sbugiardate e comunque poco credibile. Inoltre mi pare che la logica vada a farsi fottere nell'articolo di Diario.
Comunque leggete ed ognuno si faccia la propria idea che è la cosa migliore.
gg


 Deaglio sbugiardato senza saperlo
 
Maurizio Blondet  30/09/2006 
 
 
«Anche il Diario è al soldo della CIA?», chiede provocatoriamente la copertina della rivista pubblicata (non a sue spese) da Enrico Deaglio.
A questa domanda va risposto sì, con qualche precisazione.
Il fatto è che Deaglio ha dedicato un intero numero del Diario per riconfermare la tesi ufficiale sull'11 settembre (Osama, i 19 arabi, le Torri cadute a causa degli aerei) e smentire finalmente una volta per tutte i complottisti.
 Ma come capita a Deaglio, che ama il giornalismo ma non ne è riamato (non almeno quanto lo amino gli Agnelli), la sua scoperta è vecchia: ricicla un numero speciale del marzo 2005 di Popular Mechanic's, intitolato «Debunking 9.11 lies» («Smentiamo le menzogne dell'11 settembre») che è già stato abbondantemente «debunked», ossia a sua volta sbugiardato.
E non c'è voluto molto.
Ad organizzare gli articoli della pretesa inchiesta che vantava di aver intervistato «oltre 300 esperti» (tutti funzionari governativi USA giustamente timorosi di perdere il posto) è stato un tale Benjamin Chertoff, definito da Popular Mechanics «our senior researcher», il nostro più sperimentato ricercatore.
Non c'è male come definizione, per un giovanotto di 25 anni.
Ma dove ha acquisito il giovane Ben Chertoff la competenza scientifica superiore atta a sancire che «le teorie cospirative non reggono di fronte agli irrefutabili fatti?».
Non si sa.
Si sa invece che il ragazzo è nipote di Michael Chertoff, l'israelo-americano che Bush ha messo alla guida del Dipartimento Homeland Security.
 
Il merito di Michaell Chertof?
L'11 settembre 2001, questo signore era «assistant attorney» a New York: e in questa veste di magistrato espulse - sottraendoli alle indagini - i cinque israeliani arrestati mentre, mascherati con kefiah, si fotografavano a vicenda, facendo il segno di «vittoria» con le dita, sullo sfondo delle Torri in fiamme.
I cinque guidavano un camion della ditta di traslochi «Urban Moving System», rapidamente abbandonata dal proprietario (un altro israeliano) dopo l'arresto dei suoi facchini - tutti appena dimessi da un reparto speciale d'intelligence dell'armata israeliana.
Insomma, Michael Chertoff è assurto al ruolo di ministro in quanto complice di Bush, Cheney, Rumsfeld e Wolfowitz nell'attentato.
Ed è stato lui che ha messo il suo caro nipotino a Popular Mechanics.
Il ridicolo è che il caro nipotino diventato «senior researcher» ha cercato di nascondere la parentela. Quando il giornalista Chris Bollyn gli ha telefonato chiedendogli ex abrupto se era parente del ministro Chertoff, il giovinotto ha risposto: «Non so», ed ha posto fine alla telefonata. (1)
Ignorava la tenacia dell'amico Chris: il quale ha telefonato alla madre di Ben, che abita a Pelham (New York).
Siete parenti del ministro Chertoff?
«Sì naturalmente, è nostro cugino», ha risposto la signora.
C'è di più.
Si è scoperto che a Popular Mechanics, un mese prima della pubblicazione della grande storia che smentiva le «bugie sull'11 settembre» e reggeva la coda alla versione ufficiale, era avvenuta una brutale purga di giornalisti - i quali evidentemente erano colpevoli di resistere all'arrivo del «senior researcher» di famiglia, e alle sue storie. (2)
 
Popular Mechanics è una delle centinaia di pubblicazioni del gruppo Hearst.
E la Hearst Magazines ha come presidente Cathleen Black, l'autrice della purga.
Questa dama di ferro ultrasessantenne ha - un po' come Deaglio - un amore non ricambiato con il giornalismo, anche se ben pagata dai suoi editori.
Prima che alla Hearst, la Black è stata presidente di USA Today, per otto anni: e negli otto anni della sua guida, il giornale popolare non si è mai sollevato dal deficit di lettori e di profitti.
Quando la Black se ne è andata con buona liquidazione (la pagavano, per i suoi insuccessi, 600 mila dollari annui) USA Today ha cominciato a salire fino a 1,8 milioni di copie.
Nel 1995 la Black ha cominciato a prendere 1,5 milioni di dollari annui dalla Hearst per guidare la divisione periodici.
Ci si potrebbe chiedere come mai.
La risposta è semplice: la signora Black è membro del Council on Foreign Relations (il think-tank dei Rockefeller), il che le ha fruttato anche un posto nei consigli d'amministrazione di IBM, Coca Cola ed altre multinazionali.
Non a caso la rivista dei miliardari Fortune l'ha definita «una delle donne più potenti dell'economia americana».
 
Ma vale la pena di portare l'attenzione sul marito di madame Black - che lei non cita mai nei suoi curricula.
Il marito si chiama Thomas E. Harvey, un oscuro avvocato.
Almeno fino al 1977, quando il presidente Carter lo nominò di colpo «assistente del direttore della CIA», allora Stanfield Turner, che aveva appena sostituito un tale George W. Bush.
Dopo la CIA, Harvey è passato al ministero della Difesa (Pentagono) dove «ha ricoperto importanti incarichi», si legge nelle sue note biografiche.
Ma come è salito, il marito della Black, a tanto elevati livelli?
Risposta: prima di essere messo da mani ignote ai vertici CIA, Harvey ha lavorato all'ufficio legale «Milbank, Tweed, Hadley & MCCloy», un importante studio internazionale di New York.
Uno dei fondatori, Morris Hadley, è stato membro della Skull and Bones, la società segreta di Yale, ed anche lui in odore di CIA.
Negli anni '80 poi il marito della signora Black è stato consigliere generale della USIA, la Us Information Agency (ex USIS), l'ufficio «culturale» le cui sedi all'estero sono notori pied-à-terre della CIA.
Qualcuno ha fatto notare che anche USA Today appare come un'emanazione della CIA, forse solo perché il giornale ha sede a McLean, Virginia, nelle vicinanze della sede centrale della Ditta (Langley, Virginia).
 
Ma torniamo alla purga che la signora Black, la moglie del dirigente della CIA, ha compiuto a Popular Mechanics per «normalizzarlo».
Nel settembre 2004, il direttore del periodico di divulgazione scientifica, Joh Oldham, è stato bruscamente licenziato: al suo posto sono stati messi due tizi, James Meig e Jerry Beilinson, quest'ultimo dal National Geographic.
Anche il direttore creativo di Popular Mechanics, che stava a quel posto da 21 anni, è stato sbattuto fuori: con 90 minuti di tempo per svuotare la scrivania.
Da allora, ogni mese tre o quattro licenziamenti, sostituiti con personale «adatto» a sostenere le versioni ufficiali di qualunque genere.
Persino i lettori (che sono in genere molto patriottici) si sono accorti che sulla rivista la propaganda del governo ha sostituito la divulgazione scientifica, ed hanno tempestato di lettere la redazione.
 
Detto questo, sarà forse inutile dedicare tempo a smentire le smentite di Popular Mechanics alle tesi cosiddette cospirazioniste.
La «ricerca» del nipotino Chertoff è piena di errori e distorsioni di fatto, già sbugiardati da Alex Jones nel maggio 2005 (http://www.prisonplanet.com/articles/april2005/200405factandfiction.htm). Basti dire che Chertoff jr. non parla assolutamente del crollo della Torre 7, il terzo grattacielo che cadde come gli altri due in perfetta verticale senza essere stato colpito da alcun aereo, e dopo che l'affittuario del World Trade Center, Larry Silverstin, disse ai pompieri: «pull it», «tiratelo giù». Perché anche arrampicandosi sugli specchi non è possibile spiegare questo crollo «spontaneo» e, come gli altri due, perfettamente simile a una demolizione controllata, come «un mito cospirazionista».
Dunque, siamo in grado di ricapitolare.
Popular Mechanics, per poter «smentire i miti dell'11 settembre», ha dovuto ricorrere a un senior researcher di 25 anni che è nipote del ministro Chertoff, oggi capo della «sicurezza interna».
E per far accettare simile «researcher» alla redazione, la signora Black ha dovuto terrorizzare la redazione, purgarla e operare licenziamenti in massa.
La signora Black che, lo ripetiamo, è membro del Council on Foreign Relations, ed è sposata a un altissimo dirigente-consulente della CIA e del Pentagono.
A questo punto, possiamo confermare che anche il direttore del Diario Deaglio, che usa materiale screditato della Homeland Security con un anno di ritardo per sbugiardare i cospirazionisti, è un agente della CIA: ma senza nemmeno saperlo.
 
Deaglio è di una famiglia di fedeli esecutori del gruppo Agnelli.
Mario Deaglio, l'economista, è stato direttore de Il Sole 24 Ore.
Enrico è passato da «Lotta Continua» alla direzione del quotidiano «Reporter», tentativo artificiale (e fallito) di attrarre l'ultrasinistra alternativa nell'ideologia-Fiat.
Ha lavorato poi per La Stampa, naturalmente, come gli altri «ragazzi torinesi ultrasinistri» amorevolmente covati e allevati dagli Agnelli, Riotta e Lerner.
E come gli altri boys torinesi, anche Deaglio è stato beneficiato di «fortune» che possono far schizzare alle stelle la carriera di un giornalista di potere, se appena un po' dotato.
Mi riferisco ai programmi di prima serata che qualche mano santa ha offerto ai tre boys torinesi nella TV di Stato, nelle ore di massimo ascolto.
Talk-show, ne hanno avuti Riotta e Lerner.
Lerner ha avuto la direzione del Tg1 e se l'è giocata malissimo, sprecando l'occasione regalatagli dai poteri forti.
Riotta in tv ha sempre fatto dormire, ma nonostante tutto eccolo al TG1.
Quanto a Deaglio, chi ricorda ancora le sue apparizioni su RaiTre (un titolo per tutti: «L'Elmo di Scipio») le ricorda come un disastro mediatico, dove i limiti della noia erano superati solo dalla spocchia scostante del personaggio.
Alla fine, non hanno potuto far meglio, i poteri forti, che regalargli Il Diario, costoso giocattolo dove non nuoce più di tanto, e dove cerca ancora di allettare i no-global al pensiero unico del grande capitale.
Con il solito successo: zero. (3)
Maurizio Blondet
 
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 Note
 1) Christopher Bollyn, «Chertoff's cousin penned Popular Mechanics hit piece», American Free Press, 7 marzo 2005.
 2) «The hidden hand of the CIA, 011 and Popular Mechanics», American Free Press, 20 marzo 2005.
 3) Sulle qualità di Deaglio come giornalista, storico e intellettuale, ho trovato una divertente e illuminante stroncatura - a firma di Claudio Mutti - del libro di Enrico Deaglio intitolato «La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca», (Feltrinelli, Milano, 2002). Qualche stralcio:
 «A pagina 35 Deaglio dice che gli ebrei venivano «accusati» dagli ungheresi di avere aderito alla Repubblica dei Consigli presieduta dall'«ebreo Béla Kun». Di fronte alla parola «accusati», il lettore è indotto a pensare che tale «accusa» non fosse necessariamente fondata, ma procedesse da un preconcetto atteggiamento antisemita. Deaglio evita accuratamente di dire che gli ebrei d'Ungheria avevano effettivamente e massicciamente appoggiato la Repubblica dei Consigli, i dirigenti della quale, d'altronde, erano quasi tutti ebrei.
 Sempre a pagina 35 si afferma che, dopo la prima guerra mondiale, tra i territori ungheresi ceduti al nuovo Stato jugoslavo vi fu anche la Slovenia. Uno studente di liceo dovrebbe sapere che nell'Impero austro-ungarico la Slovenia era governata da Vienna, non da Budapest; Deaglio invece lo ignora.
 Ancora a pagina 35, «l'Ungheria degli anni Venti e Trenta è un Paese 'profondamente cattolico». Forse il «profondamente» è di troppo. E non solo perché lo Stato ammetteva il divorzio; non solo perché, oltre ai cattolici c'erano ebrei e luterani, rappresentati gli uni e gli altri alla Camera Alta; ma anche perché in Ungheria era (ed è) molto consistente la comunità calvinista, tant'è vero che la terza città del Paese, Debrecen, è nota come «la Roma calvinista».
 A pagina 39, Deaglio dice che László József Bíró era a Budapest, tra le due guerre, quando inventò la penna a sfera. A questo proposito, sarebbe stato interessante precisare che Bíró ottenne il brevetto della sua invenzione nel 1938; che iniziò a produrla in proprio negli anni della seconda guerra mondiale, quando ormai si trovava in Argentina; che nel 1944 vendette il brevetto, per una cifra irrisoria, a uno dei suoi finanziatori francesi; e che, in ogni caso, le prime biro arrivarono in Europa subito dopo la guerra. Certo, se la penna a sfera fosse stata messa in circolazione prima della guerra, non ci sarebbe nulla di troppo strano e di troppo sospetto nel fatto che lunghi passi del Diario di Anna Frank sono stati scritti con la biro. Ma, purtroppo per il «Diario» (di Anna Frank) e per il «Diario» (di Deaglio), le cose non andarono in questo modo…
 A pagina 40, Gyula Gömbös fonda il Partito della Difesa della Razza. E' falso. La formazione politica diretta da Gömbös si chiamava Unione Ungherese di Difesa Nazionale («Magyar Országos Védelmi Egyesület»). A quale «razza» si sarebbe mai potuto richiamare un nazionalista ungherese?
 Sempre a pagina 40, ce n'è una un po' più grossa. Rievocando il progetto sionista di Theodor Herzl, Deaglio menziona le «terre spopolate» della Palestina (SIC!!!).
 Alle pagina 50-51 si parla del rogo dei libri di autori ebrei decretato dal governo ungherese nel 1944. Secondo Deaglio, «la lista comprendeva centoventi autori ungheresi e centotrenta stranieri». A volte Deaglio mette a confronto eventi storici interbellici ed eventi postbellici analoghi. Stavolta però si guarda bene dal farlo, altrimenti dovrebbe parlare del rogo dei libri «di ispirazione fascista e antidemocratica» che fu decretato il 28 aprile 1945 dal governo di Béla Miklós, il Badoglio ungherese. Se la lista dei libri proibiti compilata nel 1944 comprendeva in tutto duecentocinquanta autori, la lista compilata dal governo democratico si estendeva per centosettanta pagine e conteneva qualche migliaio di titoli.
 A pagina 59 l'emblema delle Croci Frecciate è descritto così: «il simbolo della Corona di Santo Stefano trafitta dalle frecce, e non molto dissimile dalla svastica hitleriana». Bisogna dire che la fantasia iconopoietica di Deaglio è piuttosto fervida, dal momento che il simbolo crocefrecciato, invece, consisteva più semplicemente in una croce greca con i bracci terminanti a punta di freccia.
Ma l'argomento in cui Deaglio scatena completamente la propria fantasia è quello della demografia ebraica in Ungheria. A pagina 37 gli ebrei della piccola Ungheria sono il «cinque per cento della popolazione totale del Paese», vale a dire una percentuale corrispondente all'incirca alla cifra di 35.000. Invece a pagina 119 gli ebrei della «Grande Ungheria» (cioè l'Ungheria successiva all'arbitrato di Vienna, comprensiva della Transilvania del Nord) sono valutati nella cifra di 825.000. Eppure a pagina 48 ce n'erano, nel medesimo periodo, 700.000. A pagina 114, Adolf Eichmann riesce a sterminarne… 5.000.000! Un vero e proprio miracolo, che fa il paio con quello della penna a sfera usata da Anna Frank prima che Bíró la inventasse…».



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