News: La strage di Sabra e Shatila
(Categoria: Rosario A. Roxas)
Inviato da altrestorie
martedì 06 settembre 2011 - 17:36:32





Saremo investiti dalle commemorazioni dell’11 settembre 2001, ma senza scendere troppo nei particolari per non risvegliare dubbi che anocra non vengono chiariti, mentre altre considerazioni sui fatti sono state coperte dal segreto di Stato. Ho già ricordato agli amici che seguiono i miei commento “L’altro 11 settembre”, quando venne assassinato Salvador Allende e venne instaurata in Cile la dittatura di Pinochet.
Ma il mese di settembre sembra che sia il mese ideale per le stragi di Stato; così ricordo qui quanto avvenne tra i 16 e il 18 settembre del 1982 .



La strage di Sabra e Shatila Ricordiamo quella strage che mai nessuna giornata del ricordo ha voluto commemorare. Il 6 giugno 1982, l'esercito israeliano invadeva il Libano come rappresaglia per il tentato assassinio dell'ambasciatore israeliano a Londra, Argov, episodio avvenuto due giorni prima. I servizi segreti israeliani avevano attribuito, quello stesso giorno, il tentativo di assassinio "ad un'organizzazione palestinese dissidente sostenuta dal governo irakeno".
L'invasione, che chiaramente era stata già progettata in anticipo, fu chiamata "Operazione Pace in Galilea".
Inizialmente, il governo israeliano aveva annunciato che era sua intenzione penetrare solo per 40 km all'interno del territorio libanese. Il comando militare, invece, agli ordini del ministro della difesa Ariel Sharon, nutriva mire ben più ambiziose, che lo stesso Sharon aveva progettato mesi prima. Dopo aver occupato il sud del paese, distrutto la resistenza palestinese e libanese nell'area e commesso una serie di violazioni contro la popolazione civile, le truppe israeliane iniziarono la penetrazione fino ad arrivare alle porte di Beirut.
Il 18 giugno 1982 circondarono il Quartier Generale dell'OLP nella parte occidentale della capitale libanese. Secondo le statistiche libanesi, l'offensiva israeliana, in particolare il bombardamento intenso su Beirut, causò oltre 18.000 vittime e 30.000 feriti, quasi tutti civili. Dopo due mesi di bombardamenti, fu negoziato un cessate il fuoco con la mediazione dell'inviato statunitense Philip Habib.
Secondo i termini di questo negoziato, l'OLP doveva evacuare dal Libano sotto la supervisione di una forza multinazionale dispiegata nelle parti strategiche di Beirut. Gli accordi Habib prevedevano che Beirut ovest sarebbe passata sotto l'immediato controllo dell'esercito libanese, mentre la leadership dell'OLP ottenne la garanzia che sarebbe stata protetta la sicurezza dei civili nei campi profughi dopo la partenza dei combattenti palestinesi. L'evacuazione dell'OLP terminò il 1 settembre 1982.
Il 10 settembre, la forza multinazionale lasciò Beirut. Il giorno dopo, Ariel Sharon annunciò che "2000 terroristi" erano rimasti all'interno dei campi profughi palestinesi attorno Beirut.
Mercoledì 15 settembre, il giorno dopo il misterioso assassinio del presidente libanese Bashir Gemayel, l'esercito israeliano occupò Beirut, contravvenendo agli accordi Habib ed alle promesse fatte in sede internazionale, ed accerchiò i campi di Sabra e Shatila, abitati da soli civili palestinesi e libanesi.

Gli storici concordano nel ritenere che probabilmente durante un incontro tra Ariel Sharon e Bashir Gemayel a Bikfaya, il 12 settembre, vi fu un accordo che autorizzava le "forze libanesi" a "ripulire" i campi palestinesi. Del resto Sharon aveva già annunciato, il 9 luglio 1982, che era sua intenzione inviare le forze falangiste (composte da elementi dell’estrema destra israeliana, più noti come “banda Styern” che allora faceva capo a Sharon) a Beirut ovest e, nella sua autobiografia, conferma di aver negoziato l'operazione con lo stesso Gemayel, durante l'incontro di Bikfaya.
Secondo le dichiarazioni fatte da Sharon alla Knesset il 22 settembre 1982, la decisione di far entrare i falangisti nei campi profughi fu presa mercoledì 15 settembre, intorno alle 15,30. Sempre secondo Sharon, il comando israeliano aveva ricevuto i seguenti ordini: "Le forze di Tsahal non devono entrare nei campi.

La "pulizia" verrà fatta dalla “Falange dell'esercito libanese". All'alba del 15 settembre 1982, i bombardieri israeliani sorvolavano bassi Beirut ovest e le truppe israeliane erano già posizionate attorno i campi. Dalle 9 del mattino, il generale Sharon era presente a dirigere personalmente la penetrazione israeliana.
Sharon si trovava nell'area del comando generale, all'incrocio dell'ambasciata del Kuwait, appena fuori Shatila. Dal tetto di quella costruzione a sei piani era possibile vedere chiaramente la città ed entrambi i campi profughi.
A mezzogiorno fu completato l'accerchiamento dei campi di Sabra e Shatila da parte dei carri armati israeliani e furono installati numerosi checkpoint tutt'attorno per monitorare chiunque entrasse o uscisse dai campi.
Nel tardo pomeriggio, sino a sera, i campi furono bombardati. Giovedì 16 settembre, in una conferenza stampa, il portavoce militare israeliano dichiarò: "Il nostro esercito controlla tutti i punti strategici di Beirut. I campi profughi, in cui vi e' un'alta concentrazione di terroristi, sono circondati". Quella stessa mattina, gli alti comandi militari israeliani diedero ordine all'esercito "di farvi entrare i falangisti, che provvederanno alla pulizia".
Approssimativamente a mezzogiorno, i falangisti ottennero da Israele la luce verde per entrare nei campi profughi.
Alle 5 del pomeriggio circa, 150 falangisti penetrarono a Shatila dall'entrata sud e sud-ovest; facevano parte della spedizione per la strage anche i mercenari del generale Haddad, il quale ricevette, per sé e per i suoi uomini, un compenso sulla base di oltre 50.000 morti.
Per le successive 40 ore i falangisti della banda Styern e mercenari di Haddad violentarono, uccisero, fecero a pezzi e bruciarono vivi stipandoli nei piani bassi delle abitazioni e infilando dalle finestre i cannelli lancia-fiamme, migliaia di civili disarmati, in grande maggioranza vecchi, donne e bambini; un contingente dell’esercito israeliano impediva la fuga ai pochi che riuscivano a scappare dalla carneficina, mentre il grosso dell’esercito si era ritirato lungo i confini per impedire ai Siriani e ai Giordani di intervenire per impedire la strage.
Residui di razzi israeliani trovati nelle rovine dei campi dimostrarono che gli elicotteri israeliani avevano illuminato a giorno le due notti di orrore per facilitare il compito dei falangisti.Il numero delle vittime varia da 700 (dichiarazione ufficiale di Israele) a 3.500 (secondo un'indagine condotta dal giornalista israeliano Kapeliouk) agli oltre 50.000 da fonti palestinesi e da testimonianze dei pochi sopravvissuti.
Il numero esatto non sarà mai conosciuto perchè, oltre ai 1.000 corpi sepolti in fosse comuni dalla Commissione Internazionale della Croce Rossa, un gran numero di cadaveri furono sepolti sotto le macerie delle case rase al suolo dai bulldozers.
Inoltre, centinaia di corpi vennero trasportati via da camion militari verso una destinazione ignota, per non essere più ritrovati.
Altri orrori vennero fuori alcuni mesi dopo, quando, ingrossate dalle pioggie torrenziali di quei giorni, le fogne di Sabra e Shatila restituirono migliaia di cadaveri. E’ accertato che la maggior parte delle vittime fu uccisa con i lanciafiamme e con le bombe al fosforo; totalmente inceneriti non fu possibile fare un corretto censimento.
I sopravvissuti al massacro non furono mai chiamati a testimoniare in un'inchiesta formale sulla tragedia, ne' in Israele ne' in Libano ne' altrove. Solo dopo che le notizie del massacro furono date dalla stampa e dalle televisioni, una folla di 400.000 ebrei-israeliani scese in piazza per protestare e per chiedere che fosse nominata una commissione d'inchiesta sull'eccidio. Furono gli stessi ebrei-israeliani che ribattezzarono Sharon “il macellaio di Sabra e Shatila”, sapevano benissimo che quella strage avrebbe aperto una maglia di ritorsione legittimata dalle violenze subite.

La Knesset, nello stesso settembre, nominò una commissione presieduta da Yitzak Kahane. Nonostante le limitazioni del mandato della commissione (la commissione aveva un mandato politico e non giudiziario ed inoltre furono completamente ignorate le testimonianze delle vittime), la commissione concluse che il ministro della difesa israeliano, il generale Ariel Sharon era personalmente responsabile dei massacri.
A causa di ciò, Sharon fu costretto a dimettersi, ma rimase nel governo come ministro senza portafoglio. E' importante sottolineare che, durante le manifestazioni organizzate da "Peace Now" per chiedere le dimissioni di Sharon, i dimostranti furono attaccati con granate, che causarono la morte di un giovane manifestante.
Nonostante il fatto che le N.U. abbiano definito questa tragedia "un massacro criminale", e nonostante il fatto che Sabra e Shatila resti nella memoria collettiva dell'umanità come uno dei crimini più efferati del 20esimo secolo, l'uomo dichiarato "personalmente responsabile" di questo crimine, come pure i suoi colleghi e coloro che condussero materialmente i massacri, non sono mai stati puniti ne' perseguiti legalmente.
Nel 1984, i giornalisti Schiff e Ya'ari conclusero il loro capitolo sul massacro con una riflessione amara: "Se c'e' una morale in questo spaventoso episodio, deve essere ancora resa nota". La realtà di questa impunità resta vera fino ad oggi.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò il massacro con la risoluzione 521 del 19 settembre 1982. Questa condanna fu seguita dalla risoluzione dell'Assemblea Generale che, il 16 dicembre 1982, qualificò il massacro come "atto di genocidio". I semiti-palestinesi vennero perseguitati e massacrati dagli israeliani con gli stessi metodi che i semiti-ebrei avevano subito dalle orde di Hitler; fu l’inizio del nuovo antisemitismo, promosso e organizzato da chi l’antisemitismo aveva subito.
Rosario Amico Roxas









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