News: IL TRAMONTO DEL MILAN E DI BERLUSCONI
(Categoria: BERLUSKA)
Inviato da altrestorie
mercoledì 27 aprile 2016 - 17:24:12


 
berlkusconi_malore.jpgDa antiberlusconiano militante della prima ora,  non posso che essere soddisfatto del declino di quest'uomo. Seppur troppo lentamente se ne va, ormai è una macchietta.   Che posso attribuirmi "l'avevo detto" consola parzialmente perchè i danni del berlusconismo sono ancora tutti qui e dureranno decenni, semmai saranno cancellati. La personalizzazione della politica ridotta a lotta di leader supposti che hanno l'unico merito di bucare il video(Salvini, Grillo, Renzi).  L'involgarimento e l'imbarbarimento del dibattito politico. Il conflitto di interessi permanente, di cui l'intreccio calcio-politica-tv è solo un esempio. L'inciviltà e l'arroganza divenute valori. La corruzione elevata a sistema imposta come merito senza manco il velo della vergogna. I mafiosi portati in parlamento. Lo sdoganamento dei fascisti  e dei razzisti della lega. Nel frattempo nel ventennio berlusconiano il paese è arretrato sempre più e sarà difficile recuperare. I danni provocati da costui non sono stati ancora ben compresi.

Berlusconi tramonta il milan pure.
Zero vittorie sportive. Bilancio in profondo rosso per il nono anno consecutivo. Mentre Mediaset paga l’azzardo dei diritti Champions comprati a peso d’oro
di Gianfrancesco Turano  L' Espresso

Trent’anni di presidenza milanista lo scorso 20 febbraio. E ottanta anni da compiere il prossimo 29 settembre.

 


 




Il 2016 di Silvio Berlusconi è dedicato ai festeggiamenti in cifra tonda. Giovedì 28 aprile ci sarà un’altra scadenza, un po’ meno rotonda e molto più sgradevole. L’Associazione calcio Milan presenterà all’assemblea dei soci, ossia alla Fininvest e a un manipolo di piccolissimi azionisti, il suo nono bilancio consolidato consecutivo in perdita. Indiscrezioni attendibili annunciano un rosso di 90 milioni di euro, in linea con il record negativo del 2014 (-91,2 milioni di euro).

Per arrotondare l’anniversario a quota dieci basterà aspettare la fine dell’anno. La speranza che il 2016 dei conti rossoneri si chiuda in attivo è pari alle probabilità di vittoria del neo-mister Cristian Brocchi nel campionato in corso.

Fra trattative fantomatiche, piani di rilancio, nuovi sponsor, stadi ancora più nuovi, soci asiatici così inediti che nessuno sa chi siano, la voragine si allarga. Dall’ultimo esercizio in profitto (2006, +11,8 milioni di euro) la squadra di Berlusconi ha accumulato perdite aggregate di poco inferiori a 450 milioni di euro.

E il Milan è solo una delle pallonate che stanno colpendo il Cavaliere, rimasto tale per mancanza della revoca da parte del ministro dello Sviluppo economico dimissionario, Federica Guidi. Il calcio sta regalando amarezze continue all’imprenditore convertitosi in politico grazie a scudetti, coppe assortite e all’appropriazione indebita dell’urlo primordiale del tifoso dalle Alpi alle Madonie: Forza Italia. Il pallone, più della tv commerciale, ha dato credibilità plebiscitaria all’ Unto del Signore, al Gesù Cristo della politica”, come il diretto interessato umilmente si definì nel novembre 1994, quando sul prato di San Siro timbravano il cartellino Franco Baresi, Paolo Maldini, Ruud Gullit e Marco van Basten, non Zapata, Abate e Bertolacci, con tutto il rispetto.

PIU' ROSSO CHE NERO
Il pallone berlusconiano si sta sgonfiando su tutti i fronti e non è chiaro se sia più un effetto o una causa del parallelo declino politico. Sotto il profilo dei soldi, Berlusconi ha abbastanza fieno in cascina da evitare il destino di certi presidenti-tifosi che hanno rovinato l’azienda di famiglia per lo scudetto, come accadde a Franco Sensi della Roma.

Ma la partita contabile non è da prendere sotto gamba. Oltre al pesante giudizio dell’Antitrust (Agcm) sull’asta dei diritti tv del calcio del 2014 (vedi articolo nelle pagine precedenti), c’è l’avventura di Mediaset premium. Come “l’Espresso” aveva previsto, è stata stroncata dall’azzardo Champions League. La trasmissione triennale in esclusiva del torneo dove un tempo il Milan era di casa è costata 700 milioni di euro alla pay-tv del Biscione e ha portato perdite per 115 milioni di euro nel 2015, prima della cessione a Vivendi di Vincent Bolloré, il finanziere bretone compagno di strada di Silvio ma non così amico da non farsi lasciare altri 120 milioni nella cassa di Premium per le prime spesucce, incluse eventuali multe dell’Antitrust. Senza la pay digitale Mediaset avrebbe chiuso largamente in utile il 2015 invece di segnare una perdita di 47 milioni.

E poi c’è il buco del Milan, che fa capo direttamente a Fininvest e dunque colpisce direttamente i dividendi di Silvio e dei suoi cinque figli. Tra famiglia ed elementi della vecchia guardia si è creato un fronte che vede il pallone come il demonio. La schematizzazione in puro stile di rivalità sportiva vede la primogenita Marina in contrapposizione alla sorella Barbara, amministratore delegato del club in difficile coabitazione con l’altro ad, Adriano Galliani, indagato penalmente per la turbativa d’asta sui diritti televisivi insieme a un gruppo di manager cresciuti a Milan Channel, la tv tematica dei rossoneri: M.B (*) e Andrea Locatelli di Infront, più Riccardo Silva di Mp & Silva.

Gli altri tre fratelli Berlusconi, Piersilvio, Eleonora e Luigi, appaiono più defilati sul tema calcistico ma sono lieti che Marina si sobbarchi il ruolo del poliziotto cattivo anche per loro.

Nel rispetto dei ruoli, anche Fedele Confalonieri e Ennio Doris si sono spesi per suggerire al capo di cedere la squadra, magari conservando una quota e un posto in tribuna autorità come ha fatto Massimo Moratti all’Inter. Magari anche prendendo, proprio come Moratti, un nuovo socio non troppo socio, alla Eric Thohir.

DALLA CINA CON FURORE
Il punto è che la Fininvest non è una democrazia. Berlusconi detta i moduli di gioco agli allenatori. Figurarsi se si fa imporre la strategia dai manager. A maggior ragione se è in ballo la specialità della casa, la comunicazione.

Per muovere le acque mediatiche e conservare spazio vitale sui giornali in tempi di scarsa visibilità politica, il Cavaliere rossonero ha piazzato sulla ribalta per oltre un anno mister Bee Taechaubol, un imprenditore tailandese che gli avrebbe dato 480 milioni di euro per una quota di minoranza. Cioè per non contare niente e partecipare con animo lieto al ripianamento delle perdite.

Era una bufala ma ci hanno creduto in tanti, anche i figli. D’altra parte, per tenere buoni i rampolli, non c’è nulla come una due diligence. La prima valutazione del club finalizzata alla cessione risale al 2009, dopo una sparata di Marina contro gli affitti a titolo di benefit gratuito che il club concedeva ai suoi giocatori.

In quell’anno l’allora presidente del Consiglio con maggioranza bulgara autorizzò la cessione di Kakà al Real per 65 milioni. Al tempo, lo si interpretò come un segnale di disimpegno. Si parlò di trattative segretissime con emiri arabi imprecisati e con una famiglia libica ben precisa, quella di Muhammar Gheddafi, già socio della Juventus. Da allora, fra un bunga-bunga e l’altro, è passata una vita.

Adesso è il turno dei cinesi che entrerebbero su una base di valutazione del club più ragionevole rispetto a quella degli pseudoinvestitori assemblati dal broker mister Bee.

Gli inviati del presidente calciopatico Xi Jinping promettono 500 milioni di euro più 250 di debiti per prendersi tutto e subito, se bisogna credere ai Milanello-Leaks. Magari è davvero la volta buona. Magari gli imprenditori della Cina comunista sono più solidi di quelli trovati da Bee. Fonti vicine alla famiglia assicurano che questa volta il negoziato è più concreto, non che ci voglia molto.

Ma gli insider sanno bene che la questione di fondo è sempre la volontà di vendere da parte del presidentissimo. Meglio. La questione è se Berlusconi accetterà di cedere in ampia perdita rispetto alla cifra che ha speso in trent’anni di Milan: 1,1 miliardi di euro.

Stabilito quello, bisognerà vedere se i cinesi hanno voglia e mezzi per sobbarcarsi il Piano Rinascita Rossonera.
Il progetto è articolato e dispendioso. Contempla un nuovo stadio per un investimento stimato nell’ordine dei 300 milioni di euro. Dopo il fallimento della trattativa per realizzare l’impianto sui terreni della Fondazione Fiera di Milano, compresa la lite per un mancato accordo sulle bonifiche, la questione è tornata a livello zero.

Eventuali nuovi soci dovrebbero aggiungere allo stadio di proprietà una rifondazione integrale della squadra. Il calciomercato della stagione scorsa ha dimostrato che i giocatori da 30 milioni sono utili soltanto se si innestano in un telaio vincente. Se il telaio è scadente e usurato, uno come Carlos Bacca, il nazionale colombiano top scorer dell’anno, può farti arrivare sesto invece che decimo come nel 2014-2015. Cambia qualcosa perché si va in Europa league, la serie B della Champions. Ma non cambia abbastanza.

Per un’inversione di rotta sostanziale bisogna puntare su qualche giovane miracolo del vivaio (se ne è visto uno solo: il portiere classe 1999 Gianluigi Donnarumma) o sui dieci top player mondiali. Gente che costa dagli 80-100 milioni di euro in su e prende 8-10 milioni di euro netti di stipendio annuale.

La seconda tipologia sembra da escludere finché il Milan resta targato Fininvest. Quindi, anche se tutti si affannano a dire che questa volta e con questi cinesi si concluderà un negoziato-lampo, l’obiettivo minimo è arrivare a fine campionato per poi giocarsi degnamente la finale di Coppa Italia con i mostri della Juventus, vicini al quinto scudetto in fila dopo l’ultima vittoria milanista del 2010-2011.

La fase di transizione, se di transizione si tratta, rimane all’insegna di Barbara e della sua occupazione della nomenklatura milanista. La prima figlia di Silvio e Veronica Lario non è riuscita a estromettere Galliani, come aveva chiesto al padre nel dicembre 2013, ma sta erodendo il potere di un manager che si sente a fine corsa. L’operazione ricambio assume a volte toni di ripicca, con gli abbonamenti omaggio cancellati a chi è considerato troppo amico del Volpone di Milanello.

Altre volte è vera e propria epurazione. Della vecchia guardia sono usciti Ariedo Braida, lo scout principe degli anni d’oro, e la responsabile del marketing Laura Masi.

Non sono rimasti disoccupati a lungo. Il primo è stato assunto dal Barcellona e la seconda dal Bayern Monaco, non proprio il Borgorosso F.c. di Alberto Sordi o la Longobarda di Lino Banfi-Oronzo Canà.

Un altro epurato de facto è Leandro Cantamessa. Il principe del foro milanista si occupa oggi solo della parte sportiva. Il resto del settore legale è stato affidato ad Antonino Geronimo La Russa, amico di Barbara e figlio di Ignazio, l’ex coordinatore del Pdl passato a Fratelli d’Italia.

Lo spostamento più recente risale a fine gennaio ed è stato concordato con papà Silvio. Riguarda Alfonso Cefaliello, tarantino, classe 1962, ma prodotto genuino delle giovanili fininvestiane. L’ex direttore finanziario, consigliere del Milan e amministratore di alcune controllate come Milan Real Estate e la joint-venture con l’Inter M-I stadio, nella prima metà degli anni Novanta era il manager operativo del comparto B della Fininvest “very discreet”, quello del conto All Iberian e del professionista londinese David McKenzie Mills.

Nei suoi incarichi milanisti Cefaliello è stato sostituito da tre giovani fedelissimi di Barbara, Elisabetta Ubertini, Agata Frigerio e Marco Lomazzi.

In prima battuta Cefaliello è stato destinato da Silvio Berlusconi a occuparsi dei conti di Forza Italia, in rosso anche quelli. Ma qualcuno ha interpretato la mossa come una investitura a più ampio raggio che prelude a un incarico alla guida del partito.

Tutto dipenderà dalla ristrutturazione del cerchio magico di palazzo Grazioli a Roma, dove Francesca Pascale rischia l’esonero su richiesta di eredi politici e potenziali figliocci più che per volere del padrone di casa.

MI MANDA CATRICALA'
Nell’audizione generale dell’Agcm dello scorso 9 marzo (si tratta dell’istruttoria sui diritti tv di cui si parla nell’articolo a pagina 12), alla presenza di tutte le parti interessate, Sky e Infront hanno respinto ogni addebito. La Lega calcio, patrocinata da Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica emerito, ha sostenuto che la gara sui diritti tv era di tipo privatistico e poteva godere di regole più elastiche rispetto a una gara pubblica.

L’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Monti e legale di Mediaset, Antonio Catricalà, era il più a suo agio nei saloni di piazza Verdi essendo stato presidente dell’antitrust per sei anni (2005-2011). Parlando accanto a Gina Nieri, braccio destro di Confalonieri, Catricalà si è rivolto al suo successore Giovanni Pitruzzella e al neoconsigliere Michele Ainis mettendoli in guardia dal macchiare l’Antitrust con un verdetto ingiusto, ossia sfavorevole a Mediaset.

Ma bisogna ricordare innanzitutto che alcune sentenze pesantissime dell’Agcm sono poi state riformate al ribasso dai tribunali amministrativi. Un esempio storico sono i 640 miliardi di lire di sanzione comminati nel 2000 alle compagnie petrolifere, ridotti a 482 miliardi dal Tar e infine azzerati dal Consiglio di Stato.

E poi in verità, finora il gruppo Fininvest non è stato trattato malissimo dall’autorità per la concorrenza. Altri due dossier dove il Biscione è protagonista, come la fusione fra Mondadori e Rizzoli e la campagna di Mediaset nel settore radiofonico, uno dei più redditizi in campo editoriale, con l’acquisizione di Finelco (Radio 105, Radio Montecarlo e Virgin Radio), hanno visto le fusioni approvate, sia pure con qualche condizione.

Nessuna delle due questioni ha a che fare con il calcio. Nella valle di lacrime sportiva quest’anno l’unico milanista davvero felice rischia di essere Fernando “el Niño” Torres. Girato in prestito dal Milan all’Atlético Madrid con stipendio pagato dai rossoneri (4 milioni di euro netti all’anno), è in corsa per vincere la Liga spagnola e per conquistare la finale di Champions League, che si giocherà a San Siro, con “el Cholo” Simeone in panchina.

Intanto Berlusconi ha esonerato Sinisa Mihajlovic e ha chiamato Brocchi. Alla guida della Primavera, l’ex mediano è stato eliminato ai quarti dal Torino di Urbano Cairo (un altro del vivaio berlusconiano) nel campionato 2014-2015 e agli ottavi dalla Juventus all’ultimo torneo di Viareggio. Da imprenditore, Brocchi non è stato molto più fortunato. La sua Bfc, società di abbigliamento in partecipazione con Christian Vieri, è fallita nel 2010. Da allenatore della prima squadra non ha molto tempo per guadagnarsi la conferma ma ci sta provando con tutti i mezzi. Nel match vinto con la Sampdoria ha fatto fare al centrocampista Andrea Bertolacci un discorso motivazionale. In allenamento filma i movimenti dei giocatori dall’alto con un drone, per la gioia di Mario Balotelli che cerca di abbatterlo a pallonate. Più o meno è lo stesso rischio che corre Silvio con il Milan.


(*) Richiesta di oblio







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