News: HARRISON ACT. DEMONIZZARE UNA PIANTA
(Categoria: Canapa e Droga)
Inviato da altrestorie
domenica 10 dicembre 2006 - 18:08:26


 


Tuttavia, già nel 1915, si erano levate rare voci di protesta contro l'Harrison Act. In un editoriale della rivista American Medicine denunciava: «Il problema dei narcotici è un problema medico molto serio. La nuova legge invece che migliorarlo, l'ha peggiorato. I medici hanno trovato pericoli così gravi nelle varie norme [...]






Il controllo e la proibizione
Il freddo cinismo dimostrato dalle potenze europee nelle Guerre dell'oppio focalizzava l'attenzione dell'opinione pubblica sulla dimensione etica del commercio di tale narcotico e dell'uso. La lente morale in tal modo applicata, tuttavia, finiva per mettere a fuoco e quindi stigmatizzare, soltanto l'oppio, contingente elemento catalizzatore di nuovi ed enormi interessi economico-politici, nel cui uso sembravano esaudirsi i pressanti bisogni sociali imposti agli uomini del mondo ottocentesco.
Un cieco feticismo della sostanza, atteggiamento caratterizzante di ogni moderna lotta alle droghe, esauriva le cause dell'oppiomania nelle proprietà farmacologiche dell'oppio, negando l'orizzonte storico e sociale entro cui questa aveva preso corpo. Così, ignorando proprio la lezione della storia dell'oppio in Cina, a livello internazionale e dei singoli stati veniva intravista un'unica soluzione: controllo e proibizione.

Piccola storia dei provvedimenti e primi risultati epidemiologici
Il primo stato a muoversi in tal senso erano gli USA, che nel 1905 avevano varato il Pure Food and Drug Act, col quale si regolamentava la vendita dei preparati a base d'oppio, obbligando i fabbricanti a specificare la composizione dei prodotti sulle confezioni. Anche dietro questa legge a tutela dell'igiene pubblica si nascondevano interessi corporativi ed economici molto forti.
In questa occasione il governo statunitense fu pesantemente appoggiato dai farmacisti e dai medici, che da circa un secolo traevano dalla vendita dell'oppio ingenti guadagni, e che quindi avevano interesse ad impedire il tradizionale libero commercio delle cosiddette patent medicines, preparati la cui composizione restava ignota e la cui vendita avveniva quindi senza mediazione istituzionale.
Nel 1909, gli USA vietavano l'importazione e l'uso dell'oppio per impieghi che non fossero quelli medico-scientifici. Lo stesso anno, per iniziativa del presidente Roosevelt si svolgeva la conferenza mondiale di Shangai che per una serie di contrasti di natura economica tra gli stati partecipanti non riuscì ad andare oltre inutili compromessi e all'accordo di una maggiore collaborazione internazionale per le limitazioni del consumo di oppiacei.
Nel gennaio 1912, all'Aja, dopo accanite lotte tra Inghilterra e Germania, quest'ultima prima produttrice mondiale dei derivati dell'oppio, veniva ratificata la Convenzione internazionale sull'oppio con la quale si sottoponeva l'uso dell'oppio e degli oppiacei al controllo medico, rendendone obbligatoria la prescrizione. Conformandosi alle direttive della Convenzione dell'Aja, gli USA adottavano nel 1914 l'Harrison Narcotic Act, che prevedeva la registrazione e il pagamento di un'imposta per tutti coloro, produttori, venditori e medici, che trattavano le sostanze incluse nella tabella.
Nello stesso periodo, leggi di impianto proibizionistico o volte al controllo venivano progressivamente emanate da tutti gli stati europei.
Dopo la prima guerra mondiale, la neonata Società delle Nazioni nominava un Permanent Central Narcotics Board. Questo organo internazionale di controllo del traffico di droga, PCB nella sigla abbreviata, fu immediatamente sedotto dal vorticoso giro finanziario attivo intorno alle droghe, tanto che sull'acronimo venne coniato un nome moralmente più appropriato: Perfect Corruption Board.
I risultati delle scelte operate nelle sedi nazionali ed internazionali erano chiaramente leggibili nei dati sul problema. A livello mondiale la produzione e il consumo di oppio continuava a crescere in maniera irrefrenabile. Louis Lewin, ad esempio, rendeva noto che in Germania, dal 1920 - anno di introduzione del proibizionismo - al 1925, l'importazione dell'oppio era raddoppiata.
Nella Cina del 1946, dopo l'introduzione del monopolio statale del commercio d'oppio del 1927 e l'ordine dato nel 1941 da Chiang Kai-shek di distruggere totalmente le coltivazioni di papavero, si potevano contare 40 milioni di oppiomani.
Nel 1921 l'Ufficio Superiore di Igiene comunicava che gli USA importavano circa 1700 tonnellate di oppio per un consumo pro capite di 2,5 grammi. I provvedimenti per il controllo avevano trasformato in criminali quell'1% della popolazione avviato alla dipendenza da oppiacei dall'uso indiscriminato e dalla promozione dell'oppio e dei suoi derivati fatta dalla classe medica per tutto l'Ottocento. Ad esempio, dal 1918 al 1921 il numero dei prigionieri imputati di uso illegale d'oppio nella prigione governativa di New York cresceva del 789%. Decine di migliaia di medici e di farmacisti vengono citati in giudizio e condannati per aver prescritto e venduto oppiacei a eroinomani.
Tuttavia, già nel 1915, si erano levate rare voci di protesta contro l'Harrison Act. In un editoriale della rivista American Medicine denunciava: «Il problema dei narcotici è un problema medico molto serio. La nuova legge invece che migliorarlo, l'ha peggiorato. I medici hanno trovato pericoli così gravi nelle varie norme [...] che hanno deciso di stare il più lontano possibile da ogni tossicomane e dai suoi bisogni di cura. Di conseguenza i tossicomani sono costretti a procurarsi i narcotici di cui hanno bisogno nel mondo della malavita [...] Il mercato illegale sta crescendo [...] Abbiamo ottenuto il risultato di gettare dei cittadini bisognosi di assistenza medica nelle mani dei criminali [...] Giovani donne e ragazze assuefatte ai narcotici senza loro colpa, sono costrette a frequentare case di malaffare dove rifornirsi di droga.» Dello stesso tono era un famoso articolo del 1925 di Robert Schless: «Ritengo che la maggior parte dei casi di tossicomania siano oggi dovuti all'Harrison Narcotics Act, che proibisce la vendita di stupefacenti senza una ricetta medica [...] I drogati che si trovano al verde si comportano da agenti provocatori degli spacciatori (dealers), e vengono ricompensati con il regalo di un po' d'eroina o con la promessa di venirne riforniti. L'Harrison Act ha creato lo spacciatore e lo spacciatore crea i tossicomani».
Anche il Congresso notava l'insuccesso dell'Harrison Act e nel 1918 costituiva una commissione di inchiesta presieduta dal direttore del Servizio Sanitario Pubblico. La relazione, frutto di un anno di lavoro, evidenziava il mancato calo dei consumatori, attestato costantemente sul milione di persone, e rimarcava l'ampliamento del mercato illegale e la creazione di complesse organizzazioni criminali per il traffico. I risultati illustrati dalla commissione di inchiesta ridavano voce alle istanze liberali ed antiproibizioniste.
La reazione di alcuni parlamentari e soprattutto dei burocrati dell'ufficio narcotici del Dipartimento del Tesoro fu però dura e sostenuta da un vasto consenso popolare, tanto da riuscire non solo a contrastare gli antiproibizionisti ma ottenere anche un inasprimento del discusso Harrison Act, con la proibizione della fabbricazione dell'eroina negli USA.

Opinione pubblica e ruolo degli apparati legati al problema delle droghe
Questo particolare passaggio della politica delle droghe americana mette in rilievo altri due fili essenziali della intricata ed eterogenea trama di cui è tessuto il problema dell'oppio e delle tossicomanie in generale: l'opinione pubblica e gli apparati (istituzioni, enti, organizzazioni pubbliche o private) che ruotano, con le più svariate funzioni e finalità, intorno alle droghe.Modellandosi sulle immagini diffuse dai mezzi di comunicazione, l'opinione pubblica inevitabilmente le riconosce come vere e valide, e si conforma, così, in maniera più o meno consapevole, all'universo dei valori e alle scelte dei gruppi di potere che di volta in volta controllano i media, di solito gli stessi gruppi che contemporaneamente governano la politica e l'economia.
Dalla fine dell'Ottocento, la stampa americana iniziava un processo di radicale riformulazione dell'immagine dell'oppio, da farmaco miracoloso a droga distruttiva. Questa revisione era legata al difficile processo di inserimento sociale e lavorativo della grande comunità cinese all'epoca appena immigrata negli USA.
I cinesi erano accusati di lavorare sottocosto, senza tutele e coperture sanitarie, senza orari. Così gli imprenditori denunciavano la concorrenza sleale degli asiatici, e le organizzazioni sindacali il pericolo della sottrazione di lavoro agli americani (diversi dai cinesi soltanto perché immigrati prima) e dello scadimento delle condizioni di lavoro e dei pochi diritti acquisiti. Anche a causa degli USA, che ne avevano preteso la liberalizzazione alla fine della seconda Guerra dell'oppio, i cinesi fumavano molto oppio.
La campagna anticinese si concentrava quindi su questa pratica e il razzismo contro una popolazione diventava razzismo farmacologico. Numerose pubblicazioni descrivevano storie di criminali cinesi specializzati nell'adescare ragazzini e ragazzine bianche per renderli oppiomani e schiavi. Così il Congresso emanava nel 1887 un bizzarro provvedimento con cui si proibiva l'importazione dell'oppio ai cinesi ma non agli americani, un fulgido esempio di discriminazione legale.
Nel 1912, la letteratura di consumo popolare partoriva addirittura un personaggio che incarnava la mitologia del razzismo anticinese, il Dottor Fu Manchu dei romanzi di Sax Rohmer, di cui fu fatta la trasposizione cinematografica, che aveva progettato di conquistare il mondo dei bianchi usando le droghe.
La regolamentazione e la proibizione dell'oppio avevano fatto nascere la burocrazia e gli apparati preposti alla prevenzione, al controllo e alla lotta alle droghe. Si sottovaluta costantemente la parte svolta nell'evoluzione del problema delle tossicomanie da questi apparati, come quella che abbiamo sopra brevemente descritto nel caso dell'inasprimento dell'Harrison Act.
Eppure la storia è ricchissima di esempi come questo, che dimostrano come questi apparati una volta istituiti tendano, quasi biologicamente, ad assicurasi un'esistenza indefinita, posizioni di potere e ricchezza economica sempre più vaste: finalità evidentemente inconciliabili con gli scopi istituzionali per cui tali organismi sono creati.
Tenendo presente questo perverso meccanismo delle burocrazie e degli organismi sociali in generale si riesce forse a spiegare più facilmente perché il consumo di droga possiede ancora dimensioni epidemiche (per certi versi più preoccupanti del passato) a dispetto della mobilitazione sociale, del biasimo pubblico, della crescita esponenziale dei finanziamenti pubblici e privati assorbiti da organi nazionali ed internazionali di contrasto, repressione, prevenzione, ricerca e cura delle tossicodipendenze.
Il controllo del traffico d'oppio, infine, aveva reso più allettante lo smercio della morfina e dell'eroina, droghe meno vistose e voluminose ed estremamente più potenti del succo caro a Demetra e a Marco Aurelio. In Francia, in Germania, negli USA, in Giappone dilagava la mania della morfina, mentre gli osservatorii nazionali ed internazionali registravano l'alba sinistra di una forma più devastante di tossicodipendenza sorgere da un altro derivato dell'oppio, un farmaco "eroico" che la Bayer aveva commercializzato nel 1898 per la disintossicazione dei morfinomani: l'eroina.



Tratto da : http://www.caffeeuropa.it/attualita/64ecstasy-canali.html
di: Stefano Canali, storico della scienza e divulgatore scientifico, ha pubblicato vari lavori sulla storia delle droghe e delle neuroscienze, tra cui Alter Ego. Droga e cervello, Edizione dell'Universita' degli Studi di Cassino (tradotto in quattro lingue), La ricerca biomedica nel Novecento, in Storia della Scienza Einaudi. E' autore di audiovisivi scientifici tra cui "La Droga e i suoi effetti sul cervello" distribuito da Le Scienze - Scientific American


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Blumir, Guido, Eroina. Storia e realtà scientifica, Feltrinelli, Milano, 1983 Premuda, Loris, «Storia dell'oppio in medicina», Acta Medicae historiae patavina, 1987-88, 34.
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